Campelli (Articolo1): “Ora meno tasse e più etica per far ripartire il lavoro”

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Il futuro del mercato del lavoro in Italia visto dall’amministratore delegato di Articolo1, Giuseppe Campelli, intervistato in esclusiva per Lavoro e Carriere.

“Come vedo il futuro del lavoro in Italia? Se saremo capaci di innovare davvero, sarà positivo”. Chi parla è Giuseppe Campelli, uno dei manager più “antichi” del settore, alla guida di Articolo1 HR Solutions fin dalla sua fondazione. Campelli è amministratore delegato di un gruppo che controlla l’omonima agenzia per il lavoro ed una galassia di società che operano nei servizi per le risorse umane, dalla formazione all’outplacement. Lavoro e Carriere l’ha incontrato per un’intervista esclusiva e a tutto campo, dal mercato alle prospettive di chi cerca lavoro, dalla disoccupazione in età matura al futuro delle agenzie.

Come valuta l’attuale situazione del mercato del lavoro italiano, anche alla luce dell’approvazione del Jobs Act?

“La domanda non è semplice e merita una risposta articolata. Se la valutiamo semplicemente sulla base delle dimensioni e dello sviluppo, non è una situazione positiva, se invece la osserviamo considerando le novità legislative introdotte, il giudizio è molto diverso. Indubbiamente tutte le norme introdotte sotto l’egida del Jobs Act nel 2015 – che iniziano a dire il vero qualche anno prima con la decontribuzione dei neoassunti – ci stanno portando verso un mercato del lavoro più moderno ed efficiente. Mi sembra che finalmente si sia scelta una strada: quella di impostare il mercato attorno ad un’unica forma di lavoro principale, il lavoro a tempo indeterminato. Nell’ambito di questa forma, noi inseriamo tutte le forme possibili di flessibilità: in ingresso, di forma contrattuale, in uscita. E’ un notevole passo avanti, nella semplificazione. Questo elimina una condizione che c’era fino a ieri: cioè che la flessibilità sia un’eccezione alla regola, declinata in decine di forme contrattuali, a volte del tutto inapplicate, e soggette a continue modifiche normative.

Da questo a dire che il Jobs Act incrementa il mercato del lavoro, ce ne corre: questa riforma crea le pre-condizioni, ma il lavoro si crea solo se si sviluppa il sistema economico, se questo non avviene è molto difficile. I numeri molto importanti di cui parla il Governo sono relativi per il momento alla trasformazione a tempo indeterminato di contratti preesistenti: certamente un fatto positivo, ma non si tratta di nuovo lavoro. Nessuna legge per quanto buona sia può creare posti di lavoro, crea le condizioni. Io sono convinto che se noi uscissimo un poco da questa situazione di stallo in cui siamo ormai da dieci anni e il sistema si riprendesse un pochino, questa legge potrebbe aiutare e allora ci sarebbe la svolta per il nostro mercato del lavoro. C’è anche da considerare che la quota di intermediazione delle agenzie e dei soggetti privati in Italia è ancora marginale: questo è un fatto da tenere bene a mente quando parliamo di mercato del lavoro. Le politiche per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro spettano al pubblico: in questo siamo ancora molto deficitari e tutto il sistema ne paga le conseguenze”.

Perché secondo lei sulle agenzie per il lavoro in Italia ricadono così tante aspettative?

“Questa è una grande stortura e il settore privato ne paga le conseguenze: come dicevo in precedenza, alle agenzie private non spetta per legge la promozione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, quindi la lotta alla disoccupazione. Le agenzie lavorano per le aziende, selezionano e somministrano manodopera, non operano per trovare un lavoro a tutti’ anche perché la legge ha stabilito che non vengano compensate per collocare le persone, a ribadire l’esclusiva competenza del pubblico sul collocamento. Ma dato che il pubblico non assolve adeguatamente a questo compito sul nostro settore vengono riversate aspettative che non possiamo soddisfare, se non in minima parte. Le agenzie sono inoltre sovraesposte rispetto al servizio pubblico, che di certo non va nelle Università, non esce sui media nazionali: tutto questo contribuisce ad ingigantire l’equivoco per cui le uniche responsabili delle debolezze del mercato del lavoro siano le agenzie”.

Perché secondo lei il giudizio da parte dei candidati sul mondo delle agenzie, dal 2008 in poi, è molto spesso negativo?

“Molto dipende da noi, dobbiamo imparare a comunicare diversamente. Abbiamo un ruolo importante, ma non siamo stati in grado di rafforzarlo e conservarlo adeguatamente. Ci sono difficoltà oggettive, di sistema: ad esempio la Pubblica Amministrazione aggiudica le gare per la fornitura di lavoro in somministrazione sulla base del massimo ribasso. Capite che è molto difficile pensare di generare un meccanismo virtuoso, se l’assunto di base è ‘voglio pagare il meno possibile’. Sono anni che si parla di creare delle tabelle di costo minimo proprio per evitare una gara al ribasso in cui ci perdiamo tutti, per impostare la competizione sulla qualità del servizio offerto, non sul costo. Dopo tanti anni non se n’è fatto ancora nulla: per questo dico che il mondo delle agenzie deve imparare a fare sistema, non l’ha mai fatto realmente sinora. Tutto questo poi influisce negativamente sulla nostra immagine: è normale, un lavoratore si chiederà perché se ha fatto lo stesso lavoro con due agenzie diverse, ha ottenuto trattamenti diversi? Non solo, abbiamo sbagliato a comunicare, parlando solo di numeri e fatturati invece che di cose concrete.”

E’ possibile un mercato del lavoro più “etico” e trasparente nel nostro paese?

“Certo che è possibile, naturalmente parlo per il mio settore. Intanto rendiamoci conto dell’ipocrisia del pubblico: perché ad esempio afferma di voler combattere il lavoro nero ma il differenziale di costo tra lavoro regolare e lavoro nero resta più del doppio? In un momento in cui le aziende sono in grave difficoltà è troppo vantaggioso il ‘nero’, quasi una tentazione irresistibile. Ecco perché è difficile immaginare un mercato più etico se non si interviene sulla tassazione del lavoro. Questo problema non si risolve aumentando il numero dei Carabinieri, ma riducendo il vantaggio che si trae dal violare le leggi, che oggi è troppo alto. Si può fare un mercato etico ma occorre che lo vogliano tutti, incluso ad esempio il settore delle cooperative. E vanno eliminate le disparità normative: perché se un dipendente somministrato si ammala io la devo pagare, mentre una cooperativa può legittimamente non pagarlo? Tra l’altro questo è un sistema che permette poi di nascondere le illegalità di cui sopra.”

Come giudica la reintroduzione dello staff leasing prevista dal recentissimo decreto di riordino delle forme contrattuali?

“Questo è un altro aspetto importante della recente riforma: lo staff leasing risolve un problema e ne crea un altro, perché liberalizza di fatto la somministrazione però a patto che si realizzi l’assunzione a tempo indeterminato del lavoratore presso l’agenzia stessa. Ed è questo il problema, nel senso positivo del termine: questo obbliga le agenzie a crescere, ad immaginare la propria attività in modo differente rispetto alla mera fornitura di manodopera, ad essere insomma davvero imprenditori. Non si tratta più di andare a cercare le persone e poi ‘lasciarle nelle mani’ del cliente, si tratta di specializzarsi, fare ricerche di mercato, immaginare servizi da offrire alle aziende e di conseguenza costruire equipe di miei lavoratori, che andrò ad offrire al mercato perché sono i migliori, non perché costano meno. Si tratta di un modus operandi che fino ad oggi non si è mai visto nel settore delle agenzie per il lavoro in Italia e per cui serve un salto di qualità di tutto il settore”.

Perché secondo lei lo staff leasing non ha mai sfondato in Italia, mentre all’estero è molto diffuso soprattutto per i profili più qualificati?

“Per quello che dicevo prima, un po’ perché il legislatore l’ha tolto e reintrodotto più volte, ma soprattutto per l’inadeguatezza del modello di business delle agenzie, finora mai interessate a lavorare su personale più qualificato in questo caso da assumere a tempo indeterminato. Eppure, questa è la strada del futuro, oltre che la potenzialmente più remunerativa.”

Oggi oltre il 60% dei disoccupati ha più di 35 anni: quale ruolo possono avere le agenzie generaliste per aiutare a combattere la disoccupazione in età matura?

“Noi da sempre abbiamo uno strumento come l’outplacement, ma finora l’abbiamo sempre considerato come uno strumento individuale, finanziato prevalentemente dalle aziende. Invece, è proprio con l’outplacement che dovremmo cercare di arginare il fenomeno della disoccupazione in età matura: fermandola, appunto, prima che si verifichi, trasformando il lavoro morente in nuovo lavoro attraverso i servizi di ricollocazione svolti dalle agenzie. Uno dei decreti attuativi del Jobs Act prevede l’istituzione di un’Agenzia nazionale del Lavoro che dovrebbe occuparsi di coordinare proprio queste attività, oltre che di gestire le risorse necessarie per realizzarle, attraverso i servizi offerti dal pubblico e dal settore privato. Poi serve la circolare attuativa del contratto di ricollocazione, per rendere operativi i meccanismi ci auguriamo con la massima trasparenza. Inoltre servirebbe destinare almeno parte dei fondi attualmente destinati alla formazione tramite gli enti bilaterali, all’attività di ricollocamento.”.

Che cosa dovrebbe fare secondo lei, un disoccupato maturo mediamente qualificato per rimettersi davvero in gioco e ritrovare un’occupazione?

“Io credo che la soluzione migliore per i disoccupati di questa età sia l’inserimento in percorsi di riqualificazione e coaching, per sostenerli prima di tutto a livello personale e poi all’interno di gruppi omogenei. Solo successivamente entrano in gioco la ricerca del lavoro e il collocamento, ma prima servono percorsi davvero efficaci per il recupero dell’autostima: le persone devono poter tornare a credere in se stesse. Perché la disoccupazione, in particolare in età avanzata è un vero dramma: io posso raccontare di persone che uscivano di casa ogni mattina e fingevano di andare a lavoro, perché si vergognavano di non avere più un’occupazione. Ecco perché occorre ripartire in primis dalle persone, dalla ricostruzione della loro dignità di uomini, prima ancora che di lavoratori. Per fare questo è certamente necessario l’apporto di professionisti qualificati che le agenzie per il lavoro devono avere negli organici, specialisti di orientamento, bilancio delle competenze, coaching.”

Dall’alto della sua lunga esperienza nel settore, ci può dire come vede il futuro delle agenzie per il lavoro in Italia?

“Le agenzie hanno una grande opportunità di fronte a loro: diventare davvero protagoniste del cambiamento e della crescita del mercato del lavoro. Ma per fare questo devono smettere di coltivare i piccoli interessi di bottega come fatto sinora, iniziare a fare davvero sistema: non è possibile che esistano tre o quattro associazioni di categoria ma nessuna sia in grado di interloquire con successo con il Governo, ponendo con chiarezza le questioni strategiche per il settore. Servono meno protagonismo, più umiltà e una migliore comunicazione verso l’esterno. Le nostre agenzie dovranno essere più specializzate, più attente e capaci, più in grado di interpretare il ruolo d’imprese al servizio del sistema produttivo. Se saremo in grado di fare tutto questo il futuro sarà certamente migliore non solo per noi, ma per il lavoro e per il paese.”

Autore

Giornalista freelance, blogger e scrittore, inizia a collaborare a Lavoro e Carriere nel lontano 1999. Oggi è coordinatore editoriale della testata.

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